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Paul Broks

 

Nelle terre del silenzio

 

 

Vorrei poter tradurre sempre libri come questo. In una magnifica terra di nessuno – senza cartelli stradali e senza etichette – dove il confine fra discipline diverse (biologia, neurologia, psicologia …) interseca quello fra scienza e filosofia: scritto da uno che, a suo agio con la prosa scientifica, ha la stoffa dello scrittore. Sono perfettamente in sintonia con il commento che Atul Gawande ha riservato a questo libro: “Into the Silent Land is a small, strange, beautiful gem”.

 

Gem. Raro come una gemma.  Small.  Piccolo: quando lo prendi in mano non ti intimidisce, non ha l’aria di quello che vuole installartisi sul comodino per il resto dei tuoi giorni: sarà un ospite discreto, un’avventura breve. Che sollievo, poter leggere una cosa intelligente, senza spreco di parole! Broks rispetta il mio tempo, gliene sono grata. Anche i capitoli, ventitré, sono quasi tutti molto brevi; alcuni veri e propri flash; altri appena più lunghi, tanto da consentire un respiro; qualcuno, infine, si concede un orizzonte più esteso, ma Broks è un maestro (sembrerebbe una vecchia volpe, se non fosse che questa è la sua opera prima…) e alterna la narrazione con intermezzi presentati in forma di dialogo – dice le stesse cose, ma le veste con l’immediatezza dell’oralità, liberandole da tutta la polvere accademica. John McCrone, su The Guardian, ha scritto: “Non sono molti i libri sulla mente umana da poter leggere in spiaggia. Questo è leggero quanto un souffé, ma è così profondo da lasciare il segno per sempre.” Sono d’accordo.

 

Beautiful. Bello per come è scritto. Bello per quello che c’è scritto. Bello per l’effetto che fa leggere libri così. Già: ma come è scritto? La mano è quella di uno scrittore vero – uno che potrebbe mollare la scienza e mettersi a sfornare romanzi o racconti. Ma Broks è più intelligente, e non rinuncia a nessuna delle sue molte facce. Anzi, ad affascinarlo davvero, della sua professione, è proprio la necessità di dominare più linguaggi:

 

«Occorre essere bilingui, passare dal linguaggio delle neuroscienze a quello dell’esperienza; dai discorsi sui “sistemi cerebrali” e la “patologia” a quelli sulla “speranza”, il “terrore”, il “dolore”, la “gioia”, l’“amore”, la “perdita” – fino a includere tutte le altre creature, feroci o mansuete, che si aggirano nel bestiario della coscienza umana.»

 

In questo passaggio Broks si riferisce alla necessità, per il neuropsicologo, di essere aperto a tutte queste diverse dimensioni: quella del cervello, quella della mente e quella della persona (aggiunge poi anche quella dell’interazione con il mondo, che completa la definizione del sé). Ma le sue parole si applicano anche alla scrittura; per scrivere di queste cose occorre davvero essere “bilingui”: per saper scrivere di scienza ma anche dei meandri dell’anima è necessaria la voce dello scienziato e quella del poeta – o del cantastorie. Raramente mi è capitato un libro più “bilingue” di questo. Nello stile, nei contenuti, nei riferimenti culturali.

 

Broks è incisivo, conciso, efficace, capace di immagini mozzafiato, gioca con le parole trasmettendo emozioni, suscitando interesse, stimolando chi legge a leggere dell’altro (imparerai in quattro e quattr’otto). Crea atmosfere. Fa un uso sapiente delle battute di dialogo, sempre centrate nel registro e nella posizione. Alcuni capitoli hanno una tale forza drammatica che non si può leggerli senza proiettarli su un palcoscenico o uno schermo (e infatti, ci ha già pensato anche lui: insieme a Mick Gordon, ha scritto un lavoro teatrale, On Ego, ispirato a Nelle terre del silenzio, lungo le linee tracciate dalla science in theatre di Djerassi e Hoffmann – da lui ribattezzata theatre essay).

 

Broks ha il vezzo delle citazioni criptiche, delle allusioni letterarie, delle parole che possono essere lette sul foglio bianco della pagina, punto e basta; oppure inseguite uno, dieci, mille piani sopra o sotto il foglio. Questo rende ovviamente la traduzione un emozionante esercizio funambolico: divertentissimo, anche se costellato di rischi a non finire, come su ogni fune che si rispetti tesa a dieci metri metri dal suolo e senza rete sotto. Ci sono Shakespeare, Dylan Thomas, Emerson, Kafka – tutti in incognito; e poi ci sono Vesalio, Stroop, Brodmann, Derek Parfit, che fanno da ironici prestanome ad altrettanti personaggi. La sensazione è che Broks sia stato molto bene in compagnia della sua creazione: si è divertito nel processo, proprio come ci si diverte (nel senso che si passa tempo piacevole) a leggerlo – e perfino a tradurlo: a operazione conclusa non ho provato alcun sentore di nausea-da-chiusura-di-libro, sindrome ben nota a chi lavora nel campo…

 

Quello che c’è scritto. Attraverso la sua esperienza clinica, Broks ci introduce in territori del tutto ignoti ai più, mostrandoci casi neurologici così strani da essere quasi alieni (strange, e siamo al terzo aggettivo di Gawande) e servendosi di essi per far luce anche, ma non solo, sulla normalità. Dalla sua vita vissuta di neuropsicologo (i casi clinici, la sua esperienza di docente universitario, il rapporto con i colleghi, i dottorandi, gli allievi, i pazienti…) Broks si sposta molto spesso su un’altra dimensione affascinante: quella della riflessione personale, della contemplazione sui grandi temi dell’esistenza. Il come e il perché. Anzi: il Come e il Perché.  (Identità, Coscienza, Vita, Morte, Anima, Sé …) È questo spostamento di prospettiva, come dice lui, dalla terza alla prima persona, che fa di Nelle terre del silenzio il libro che è. È questo che te lo fa leggere tutto d’un fiato. È l’onestà con cui Broks ammette il dubbio e l’ignoranza ad avvincerti, a fartene percepire la rarità. Oggi nessuno ammette di essere ignorante, e se ha dei dubbi li spazza frettolosamente sotto al tappeto prima di aprire la porta ai visitatori. Broks invece ci invita a casa sua per mostrarceli, parliamone: un’autentica boccata d’aria fresca: qui c’è uno che non ha la soluzione in tasca per tutto – uno che non pontifica, ma pensa ad alta voce …  

 

Sul risvolto di copertina dell’edizione inglese, si legge: Racconti neurologici, parabole metafisiche e riflessioni autobiografiche: effettivamente nel libro di Broks c’è tutto questo. Ma Iain Finlayson si spinge oltre: “Paul Broks is set to be the new Oliver Sacks”. Su questo si potrebbe forse indagare un po’ più a fondo. Sacks ha ovviamente influenzato Broks come modello (come lo stesso Broks ammette; e come lo stesso Sacks fu influenzato da Luria. Ma Sacks non è il nuovo Luria – è Sacks).

 

Broks e Sacks partono da un trampolino comune. Il caso clinico; la neurologia nel caso di Sacks, la neuropsicologia in quello di Broks – già qui affiora una differenza: la matrice di Sacks è più biologica. Entrambi, insieme a Luria, credono e professano una “scienza romantica” – una scienza che non neghi l’uomo, ma lo accolga. Una scienza che oscilli dalla terza persona alla prima persona – nella quale il vincolo dell’oggettività sia un vincolo positivo, che guida e orienta verso una corretta lettura della realtà (e non una benda che ci impedisce di cogliere l’universo in prima persona). Luria, Sacks e Broks sono sensibilissimi alla dimensione umana del caso clinico. Un caso clinico è una lesione cerebrale, ma è anche un uomo che soffre, una famiglia annientata, una vita che esplode. I due piani di lettura sono complementari, non contrapposti.

 

Da qui in poi, però, le affinità si smorzano. Sacks e Broks, come scienziati, appartengono a una tradizione simile, la stessa di Luria; ma come esploratori dell’universo umano e come scrittori, hanno uno stile diverso. Sacks osserva i suoi pazienti, li penetra con intelligenza ed empatia, e lascia che poi siano loro a parlare al lettore. Sacks alza i veli, mostra, quando è necessario spiega, a volte ci mette perfino l’audio – ci fa sentire i discorsi, il riso, l’urlo e il pianto. Ci rende osservatori privilegiati di un mondo che non conosciamo e nel quale ci guida. A tratti, anche Broks fa tutto questo; ma il suo interesse di narratore è appuntato altrove. Broks ci fa sconfinare in un altro territorio: ci conduce nella mente (direi “l’anima”, ma a lui non farebbe piacere) di Broks l’Osservatore. Il lettore è spinto a un moto di empatia nei confronti dei protagonisti le cui storie a volte esercitano un impatto psicologico micidiale (basti pensare al racconto del ragazzo senza nome [“Lo spazio dietro la faccia”] e a quello del giovane ladro d’automobili [“L’albero fantasma 1]); quando ormai siamo senza fiato, però, Broks non ci dà il tempo di ricomporci e riflettere, ma ci trascina in un’altra avventura, l’esplorazione del paesaggio interiore dell’Osservatore. Le scene drammatiche a cui assiste quotidianamente scatenano in lui ricordi, fanno riaffiorare sogni, evocano pensieri e riflessioni sull’esistenza, la natura dell’uomo, il senso del vivere – e tutto questo Broks lo scrive.

 

La dimensione autobiografica di Broks non riguarda gli eventi storici della sua vita (sono pochissimi quelli a cui fa cenno – e questo è, in effetti, un altro punto in comune con Sacks), ma il farsi e il disfarsi del suo pensiero e la sua personale indagine esistenziale, così come essi sono stimolati dalla sua professione. Qui sta la differenza fra Sacks e Broks. Sacks e Broks si rivolgono al lettore e lo coinvolgono nella narrazione partendo da due prospettive lontane, entrambe affascinanti. Sacks spoglia i pazienti. Quanto a lui, non si sveste (quasi) mai. Broks, invece, è (quasi) sempre nudo (vedi “Da questa parte, sorride una sirena”).

 

Paul Broks, Nelle terre del silenzio, trad. it. di Isabella C. Blum, Longanesi, Milano 2011